Ciao a tutti, sono una semplice ragazza di 22 anni. Vivo in Sardegna e non la scambierei con niente al mondo! Studio (ci provo) psicologia a Cagliari. La mia più grande passione è la musica, da sempre compagna di viaggi e avventure. Spero che troviate di vostro gradimento il blog e che possa essere per tutti uno strumento per una costruttiva e intelligente comunicazione. Un caro saluto, Marcella
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miracolosamente questo distributore di benzina (e GPL!!!) pur circondato dalle fiamme non ha preso fuoco...
se notate alla fine della collina ci son già le case della città.
PER UN PO' BASTA CON LE CRITICHE...
Ecco come procede la mia estate...



Dal blog del mio caro amico REALE, Robi: pianoeforte.splinder.com/
“Malaumanità” al Brotzu di Cagliari – giugno 2007
di S.C. - (NUORO)
Era il primo pomeriggio di una giornata particolare, quando chiesi al mio vicino di letto che lavoro facesse. Il sig. Mario (nome di fantasia), illuminandosi, mi rispose:
-“Oggi sono in pensione, ma ho fatto il mestiere più bello al mondo: il postino!”-.
Con orgoglio, mi ha raccontato del piccolo paese del Cagliaritano in cui lavorava. Lì conosceva tutti e con ognuno di essi è riuscito ad instaurare un rapporto meraviglioso che lo ha incredibilmente arricchito. E’ impensabile che un uomo cresciuto grazie ad un’esperienza così unica e gratificante, di lì a poco né avrebbe vissuta un’altra di segno completamente opposto.
Ricoverati entrambi in una stanzetta dell’Ospedale Brotzu di Cagliari, io per un’operazione al menisco e lui con una gamba in trazione per via di una doppia frattura al piede sinistro, ci ritrovammo, verso le 16:30, a chiedere all’infermiera di turno, per ovvie necessità, il così detto “pappagallo”. Le nostre richieste vennero subito esaudite.
E’ necessario precisare che il sig. Mario è affetto da sclerosi multipla che ne mina ulteriormente la mobilità.
E proprio questa sua scarsa autonomia nei movimenti ha favorito, se non provocato, il ribaltamento del “pappagallo” che ha riversato, inevitabilmente e spiacevolmente, il suo contenuto sulle lenzuola.
Il sig. Mario ha subito avvertito l’infermiera, così da esser accudito e sostenuto come spetterebbe ad un qualsiasi paziente, ma questa, sostenendo che il cambio delle lenzuola non le competeva, gli ha negato la benché minima forma d’aiuto, assicurandogli, però, che avrebbe avvisato gli ausiliari addetti a questo compito.
Fatto sta che il sig. Mario, nonostante abbia continuato a sollecitare, senza sosta, un intervento del personale, è rimasto in quella deplorevole condizione fino al mattino seguente!
Ho ancora impresso nella mente il triste spettacolo avvenuto nel momento in cui quest’uomo è riuscito ad attirare l’attenzione dell’infermiera di turno, alla quale, con grande umiltà e con profonda tristezza, ha detto:
-“Signorina, io sono un uomo che non si lamenta mai, mi creda, ma è da ieri sera che sono immerso nella pipì. Mi sento come un maiale! Non ce la faccio più. La prego, faccia qualcosa”.-
Di li a poco è arrivata una squadra di tre ausiliari che ha finalmente provveduto a sostituire le lenzuola (non so in quale condizioni fosse il materasso) e a ripulire il sig. Mario.
La disavventura sembrava terminata lì, ma neanche dopo una mezzora, nel rivoltarsi bruscamente, il mio vicino di letto provocò la fuoriuscita dell’ago collegato alla flebo, che portava sul braccio destro. Il sangue, così, ha cominciato a zampillare copiosamente, bagnando le lenzuola appena cambiate. Mia moglie, che stava entrando nella stanza, richiamò l’attenzione di un’infermiera che passava nel corridoio, ma questa, con atteggiamento seccato, rispose che era impegnata con altri malati. Successivamente sollecitammo l’intervento di un altro infermiere nelle vicinanze, il quale, pochi istanti dopo essersi accostato al letto del signor Mario, sentendo il suo cellulare squillare, si allontanò per rispondere alla chiamata in tutta tranquillità.
Nel frattempo, la prima infermiera alla quale ci eravamo rivolti, forse spinta dal “rumore” che l’accaduto aveva creato anche in presenza di altre persone, ritornò indietro e, sia pur borbottando, tamponò la fuoriuscita di sangue per poi far intervenire gli ausiliari per un nuovo cambio di lenzuola. Così finì questa triste avventura.
Il personale paramedico può avere tutte le ragioni di questo mondo nel rivendicare diritti e sostegno per un lavoro che, purtroppo, viene troppo spesso espletato con scarsità di personale e mezzi. Tuttavia, nessun genere di malumore o, più o meno inconscia, frustrazione per questi disagi, può giustificare e legittimare l’offesa, la denigrazione e l’umiliazione di un essere umano, del suo orgoglio e della sua dignità. Tale comportamento, prima che deontologicamente scorretto, è assolutamente inumano! E’ facile parlare di “terapia dell’ambiente” quando il malato, invece, va incontro a esperienze del genere. Questo modo di relazionarsi rispetto a pazienti che vivono una condizione di disagio e sofferenza, non solo non aiuta a guarire, ma lascia ferite difficilmente curabili, forse ben più profonde di quelle per le quali si viene ricoverati.
E’ pur vero che bisognerebbe anche considerare altre particolari dinamiche politiche, economiche e sociali troppo spesso radici delle agghiaccianti espressioni di “malaumanità” alle quali ho assistito.
La mia breve esperienza in Ospedale è durata solo un giorno. Sono andato via dal Brotzu con il ginocchio ben sistemato, ma con l’animo turbato dalla fondata preoccupazione di essere stato, purtroppo, spettatore non di un episodio isolato ma di una deprecabile routine che, pur nel mio piccolo, ho voluto rendere pubblica sia pure omettendo, per ovvii motivi, alcuni elementi identificativi.